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Referendum sulla giustizia 2026: tutto quello che c’è da sapere prima di votare

Referendum sulla giustizia 2026: tutto quello che c’è da sapere prima di votare

VENEZIA - Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia, comunemente definito “per la separazione delle carriere” tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri. Un appuntamento che promette di riaccendere il dibattito politico e giuridico nel Paese, ma su cui è necessario votare informati, partendo da alcune premesse fondamentali: la riforma non incide sulla disciplina dei processi civili e penali e non modifica la parità processuale tra accusa e difesa. In altre parole, non si tratta di cambiare il codice di procedura penale.

I dati recenti del Consiglio superiore della magistratura (Csm) mostrano che i cambi di funzione tra pm e giudici rappresentano meno dello 0,5% dell’organico totale. I dati raccolti relativamente al numero di cambio di funzioni requirenti-giudicanti offrono una conferma lampante dell’assunto ormai diffuso nel dibattito pubblico circa la scarsa permeabilità tra le due funzioni, sottolinea una delibera del Csm.

L’oggetto principale della riforma riguarda il Csm, organo di autogoverno dei magistrati, fulcro della Costituzione per garantire autonomia e indipendenza del terzo potere dello Stato, quello giurisdizionale. Il referendum è confermativo, e il quesito recita: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”

La legge costituzionale 253/2025 modifica gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, prevedendo la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. In sostanza, il Csm si sdoppia: nasceranno due organi distinti, rispettivamente il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente, presieduti entrambi dal presidente della Repubblica. Rimarranno invariati i componenti di diritto e la proporzione numerica tra togati e laici, mentre cambia il metodo di individuazione dei membri: un terzo estratto a sorte da un elenco di professori e avvocati selezionato dal Parlamento, due terzi tra i magistrati delle due carriere. La legge rinvia a successivi provvedimenti ordinari per definire il numero dei componenti, le procedure di sorteggio e la disciplina dettagliata delle carriere.

Un cambiamento rilevante riguarda l’Alta Corte disciplinare, che assumerà il potere di giudicare magistrati e pubblici ministeri. La Corte sarà composta da quindici membri: tre nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte dall’elenco parlamentare, sei tra magistrati giudicanti e tre tra magistrati requirenti, tutti con almeno venti anni di esperienza. Le sentenze dell’Alta Corte saranno impugnabili soltanto dinanzi alla stessa Corte, con esclusione dei componenti che hanno partecipato al giudizio di prima istanza.

Inoltre, la nomina dei pubblici ministeri in Cassazione sarà possibile solo per meriti, non più per anzianità di carriera, su designazione del Csm giudicante. Questo significa che i pm potranno diventare giudici in Cassazione solo se insigni di particolari meriti, modificando così l’accesso ai vertici della magistratura.

Dal punto di vista politico, la premier Giorgia Meloni ha evidenziato come la riforma persegua obiettivi quali la separazione delle carriere, la riduzione del correntismo, il sorteggio dei componenti del Csm e un sistema disciplinare indipendente. La premier ha collegato la necessità del a casi di cronaca, affermando che alcuni magistrati avrebbero vanificato il lavoro delle forze dell’ordine, suscitando la replica dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) che ha denunciato una delegittimazione pericolosa.

La campagna referendaria vede il centrodestra compatto (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) a sostegno del , mentre il Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra si collocano sul fronte del no. Italia Viva ha assunto una posizione intermedia, favorevole alla separazione delle carriere ma non alla riforma specifica, astenendosi in Parlamento. Tra i giuristi, le posizioni sono frammentate: l’Unione nazionale delle Camere penali sostiene il , così come l’Associazione tra studiosi del processo penale “Gian Domenico Pisapia”, mentre altri docenti di procedura penale, come Gian Luigi Gatta, si oppongono alla riforma.

Chi sostiene il richiama l’autonomia del giudice nel processo penale, la maggiore trasparenza dei Csm e il controllo sulla responsabilità dei magistrati tramite l’Alta Corte disciplinare. Per l’Anm, invece, la riforma minaccia l’indipendenza della magistratura, con potenziali rischi di autoreferenzialità dei pubblici ministeri e incertezze normative dovute ai rinvii a future leggi ordinarie.

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