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17.01.2026 - 16:56
VENEZIA - Meno tasse per le famiglie venete, ma un aumento complessivo della pressione fiscale che si fa sentire su altri soggetti. È questo il quadro che emerge dall’analisi dell’Ufficio studi della CGIA, secondo cui negli ultimi quattro anni i nuclei familiari del Veneto hanno beneficiato di una riduzione del carico fiscale pari a circa 3 miliardi di euro, mentre il peso del prelievo si è spostato in misura crescente su grandi imprese, banche e assicurazioni.
Il dato appare in apparente contrasto con l’andamento generale della pressione fiscale nazionale, che nel 2025 è tornata a salire attestandosi al 42,8%. Una dinamica che, secondo la CGIA, trova spiegazione soprattutto nel forte incremento dell’occupazione registrato negli ultimi anni, che ha fatto crescere le entrate tributarie e contributive, e in un maggiore prelievo imposto ai grandi gruppi societari e al sistema bancario e assicurativo.
Entrando nel dettaglio delle misure che hanno alleggerito il carico sulle famiglie, le ultime quattro Leggi di Bilancio approvate dal governo Meloni hanno introdotto diversi interventi: dall’innalzamento della soglia della flat tax per i lavoratori autonomi, al taglio del cuneo fiscale attraverso l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef e la riduzione dell’aliquota al 23%, fino alla diminuzione al 33% dell’aliquota del secondo scaglione. Complessivamente, questi provvedimenti hanno comportato una riduzione del peso fiscale sulle famiglie venete pari a 4,5 miliardi di euro. Tuttavia, tenendo conto delle risorse già stanziate dai governi precedenti e delle misure temporanee, il beneficio netto per i nuclei familiari del Veneto si attesta intorno ai 3 miliardi di euro.
Se da un lato le famiglie hanno visto alleggerirsi la pressione fiscale, dall’altro l’aumento del gettito complessivo è stato sostenuto da fattori ben precisi. In primo luogo, la crescita dell’occupazione e i numerosi rinnovi contrattuali siglati negli ultimi due anni hanno determinato un aumento delle retribuzioni e, di conseguenza, delle entrate fiscali e contributive. In Veneto, tra il 2022 e il 2025, il numero degli occupati è aumentato di 87 mila unità. A ciò si sono aggiunte alcune scelte normative che, sul piano statistico, hanno contribuito all’inasprimento del carico fiscale, come la sospensione della deducibilità di specifiche voci di costo, dalle svalutazioni dei crediti alle quote di avviamento, e l’abrogazione dell’ACE, l’Aiuto alla Crescita Economica, che garantiva uno sconto fiscale di circa 4 miliardi di euro l’anno. Si tratta di interventi che hanno inciso esclusivamente sulle società di capitali, come Srl e Spa.
Un ulteriore contributo alle maggiori entrate arriva, a partire da quest’anno, da banche e assicurazioni che, tra la revisione della disciplina sugli extraprofitti e l’inasprimento dell’Irap, verseranno complessivamente all’erario 5,6 miliardi di euro in più. A completare il quadro c’è poi un effetto paradossale legato al taglio del cuneo fiscale sul reddito da lavoro dipendente. Questo intervento, infatti, non è stato realizzato solo attraverso la riduzione dell’Irpef, ma anche mediante l’erogazione di un bonus destinato ai lavoratori dipendenti con redditi fino a 20 mila euro. Di conseguenza, a fronte di un taglio complessivo a livello nazionale di quasi 18 miliardi di euro, circa 4,5 miliardi vengono oggi contabilizzati come incremento della spesa pubblica e non più come riduzione d’imposta. In pratica, se per i lavoratori con redditi più bassi la busta paga risulta più pesante, per il bilancio dello Stato una parte della minore tassazione si traduce in una maggiore uscita.
Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, la riduzione del cuneo fiscale, avviata dal governo Draghi e resa strutturale dall’esecutivo Meloni, ha quasi compensato le perdite causate dal cosiddetto fiscal drag. Analizzando i dati del Dipartimento delle Finanze, emerge che tra il 2019 e il 2023 il reddito dei lavoratori dipendenti, sia lordo sia imponibile, è cresciuto del 16,8%, a fronte di un’inflazione pari al 17,2%. Gli interventi fiscali, dunque, hanno in larga parte neutralizzato gli effetti distorsivi della progressività dell’Irpef in una fase di forte aumento dei prezzi, contribuendo a sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori e attenuando le perdite legate sia al fiscal drag sia al mancato pieno adeguamento delle retribuzioni all’inflazione.
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