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LA STORIA

Una fiamma accesa da un dono

Lorenzo, atleta di 52anni e trapiantato di fegato ha portato la torcia olimpica in città

CHIOGGIA - Ci sono storie che non chiedono di essere raccontate: si fanno strada da sole. Quella di Lorenzo Baliello, 52 anni, atleta di Vigonovo, testimonial Aido e segretario della sua sezione, è una di queste. Una storia che parte da una malattia rara e devastante, attraversa 18 anni di dolore e fragilità, passa per un trapianto di fegato e arriva fino a Chioggia, dove Lorenzo ha corso stringendo tra le mani la fiaccola olimpica di Milano Cortina. Non solo come sportivo, ma come uomo che ha scelto di trasformare il dolore in un messaggio di speranza. La sua missione ? Promuovere la donazione di organi attraverso la propria esperienza, dimostrando che, come spiega egli stesso “il bene donato a qualcuno può diventare il bene di tutti”.


Lorenzo, quando è iniziato tutto?
“La mia malattia si chiama colangite sclerosante primitiva. È una patologia rara che colpisce le vie biliari. Non esistono cure risolutive ed è degenerativa: nel 90% dei casi porta al trapianto. Nel mio caso sono andati avanti 18 anni. All’inizio erano solo fastidi lievi, poi sono arrivati la debolezza, la difficoltà a mangiare, la rigidità muscolare, problemi al pancreas, ricoveri continui. Fino a quando, due anni prima del trapianto, sono entrato in cirrosi.”


Che ruolo aveva lo sport nella sua vita prima della malattia?
“Fondamentale. Io ero già sportivo: facevo gare di gran fondo, la Marcialonga, sci di fondo a livello agonistico. Lo sport era parte di me. Ma con il peggiorare della malattia ho dovuto smettere. È stata una delle rinunce più difficili da accettare.”

Il momento della svolta arriva nel 2021.
“Il trapianto è avvenuto a Padova, nel 2021, con il professor Gringeri, facente parte dell’equipe del professor Cillo, una eccellenza dei trapianti epatobiliari in Italia ed Europa. Non so nulla del mio donatore tranne che era giovanissimo, aveva 17 anni. Quando l’ho saputo ho sentito subito che avevo un dovere: sdebitarmi con lui e con i suoi genitori. Non potevo sprecare quel dono. Dopo l’operazione, fortunatamente è andato tutto incredibilmente bene: in otto giorni ero fuori dall’ospedale, dopo tre giorni mangiavo già. Sembrava impossibile.”

Quando ha capito che sarebbe potuto tornare davvero allo sport?
“È stato un percorso graduale. A 30 mesi dal trapianto ho ottenuto l’idoneità sportiva agonistica. A quel punto mi sono posto una missione: tornare a gareggiare. Ho partecipato alla Dobbiaco–Cortina, 37 chilometri di gran fondo. Ero l’unico trapiantato in gara tra i mille atleti. Avevo paura, ma il mio obiettivo non era vincere: era arrivare.”

E quando è arrivato?
“A un chilometro dal traguardo mi sono emozionato. Mi sono reso conto di cosa stavo facendo. Tornare a gareggiare a livello agonistico era qualcosa che non pensavo più possibile. Ho provato un senso di liberazione, come se mi stessi togliendo delle catene. Ero incredulo: ero tornato a fare cose normali, che per me erano diventate straordinarie.”
Da qui nasce anche il suo impegno con Aido?
“Sono testimonial Aido perché voglio raccontare la mia storia e trasmettere un messaggio positivo sulla donazione. Il dono di un altro mi ha permesso di vivere, di tornare a fare sport, di sognare ancora. Questa è la mia missione, soprattutto verso i ragazzi.”


Come è diventato tedoforo per Milano Cortina?
Mi sono candidato raccontando chi sono e cosa rappresenta per me lo sport. Essere scelto è stato un onore. A Chioggia ho incontrato tanti atleti, tante associazioni e con loro ho condiviso la mia storia . Conoscevo già la città perché vengo spesso al mare, ma viverla così è stato diverso.”


Che ricordo ha di quella giornata?
“Indimenticabile. Chioggia è bellissima, ma quello che mi ha colpito di più è stato l’entusiasmo della gente. Foto insieme, sorrisi, tantissimi bambini che volevano battere il cinque. Un bagno di affetto incredibile. Un valore umano di partecipazione e accoglienza che non dimenticherò mai.”


Cosa ha significato per lei portare la fiaccola olimpica?
“Io senza sport non respirerei. Corro, vado in bici, arrampico: lo sport è la mia vita. Portare la fiaccola è stato il realizzarsi di un sogno. È il simbolo più alto dello sport, rappresentarlo è stata la massima realizzazione. Ma anche una responsabilità. L’ho fatto con orgoglio.”


C’è qualcuno con cui ha condiviso questo traguardo in modo speciale?
“Con la mia famiglia, con mia moglie e mio figlio. E penso spesso al mio donatore. Spero un giorno di poter raccontare questa esperienza ai miei nipoti.”


Se dovesse lasciare un messaggio, quale sarebbe?
“Creare un senso di comunità. Far capire che il bene di un altro può diventare anche il tuo bene. La donazione non è una fine, è nuovo un inizio in cui tutto è possibile.”

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