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Il caro bollette minaccia le imprese venete

Un miliardo in più nel 2026 tra gas ed energia

Il caro bollette minaccia le imprese venete

VENEZIA - Per le imprese venete il 2026 potrebbe aprirsi con un conto salatissimo: oltre un miliardo di euro in più da pagare per gas ed energia elettrica. Secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia, l’attacco militare all’Iran iniziato sabato scorso rischia di tradursi in rincari strutturali che graverebbero pesantemente sulle aziende della regione. Se le tensioni attuali dovessero consolidarsi, le imprese venete potrebbero trovarsi a spendere complessivamente 9,4 miliardi di euro, con un incremento del 13,5% rispetto al 2025.

Le analisi elaborate dagli artigiani mestrini si basano su ipotesi precise: consumi in linea con quelli del 2024, prezzo medio annuo dell’energia elettrica pari a 150 euro per MWh e prezzo medio del gas a 50 euro, mantenendo un rapporto di tre a uno tra elettricità e gas, come osservato nel triennio 2023-2025. In questo scenario, l’effetto combinato dei rincari energetici rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese, già messe alla prova da un contesto internazionale instabile.

Le realtà più penalizzate dall’aumento dei costi energetici saranno quelle localizzate nelle regioni con la maggiore concentrazione di attività produttive. La Lombardia potrebbe registrare un incremento dei costi di quasi 2,3 miliardi, seguita dall’Emilia Romagna con 1,2 miliardi, dal Veneto con 1,1 miliardi, dal Piemonte con 879 milioni e dalla Toscana con 670 milioni. Alla vigilia dell’attacco israelo-americano all’Iran, venerdì 27 febbraio, il gas scambiava a 32 euro al MWh e l’energia elettrica a 107,5 euro; in pochi giorni, al 4 marzo 2026, i prezzi sono balzati rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi fluttuare di poco, riflettendo tensioni geopolitiche e incertezza sui mercati.

L’Ufficio studi della CGIA sottolinea come la reazione dei prezzi energetici sia inevitabile in presenza di un conflitto in una regione delicata per gli equilibri globali. La durata e l’intensità della crisi determineranno la portata dei rialzi: più il confronto si prolunga, maggiore è il rischio di ulteriori aumenti. Va tuttavia ricordato che lo scenario attuale è molto diverso da quello vissuto quattro anni fa, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Nel 2022 il prezzo medio del gas aveva raggiunto 303,1 euro per MWh e l’elettricità 123,5 euro, mentre la media del 2025 si attesta a 116,1 e 38,7 euro rispettivamente. Numeri che invitano alla prudenza, ma ridimensionano il paragone con la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina.

L’impatto dei rincari colpirebbe in particolare i settori a più alto consumo di energia elettrica e gas. Tra questi figurano: metallurgia, commercio, altri servizi, alimentari, alberghi, bar e ristoranti, trasporti, logistica e chimica. Le imprese gasivore potrebbero subire effetti negativi nei comparti: estrattivo, lavorazione e conservazione alimenti, produzione alimentare, confezione e produzione tessile, fabbricazione di legno, carta, ceramica, utensileria, plastica e chimica, fabbricazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, macchine utensili e costruzione di navi da diporto.

Sul territorio veneto, i distretti più a rischio sono: vetro di Murano (Venezia), materie plastiche (Treviso, Vicenza e Padova), metallurgico e meccanico dell’Alto vicentino, produzione alimentare (Verona) e settore legno e arredo (Treviso). Queste realtà rappresentano il motore dell’economia e dell’export del Paese, rendendo l’impatto dei rincari ancora più critico.

Molto dipenderà dalla durata del conflitto. Se le ostilità dovessero protrarsi nei prossimi mesi, la chiusura dello stretto di Hormuz potrebbe provocare uno shock energetico con: bollette più care, carburanti in aumento e noli marittimi più costosi, alimentando il rischio di una nuova fiammata inflazionistica e rallentando una crescita già fragile. Per questo è necessario intervenire immediatamente. L’Unione Europea e il Governo italiano devono adottare misure efficaci per contenere il prezzo dell’energia e sostenere cittadini e imprese. Bruxelles dovrebbe accelerare il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità, mentre Roma può adottare interventi temporanei come: bonus sociali, taglio dell’Iva e azzeramento degli oneri di sistema, come già avvenuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, per proteggere i bilanci in una fase di forte incertezza.

Nel medio periodo, servono interventi strutturali capaci di ridurre il differenziale di prezzo e stabilizzare i costi energetici. Una leva riguarda la composizione della bolletta: in Italia, oneri di sistema, accise e Iva incidono più che nella media europea, penalizzando soprattutto artigiani, negozi e microimprese. Spostare parte di questi oneri sulla fiscalità generale, come già fatto temporaneamente durante la crisi 2022-2023, renderebbe il costo dell’energia più aderente ai consumi effettivi. Una seconda leva dovrebbe favorire contratti stabili e acquisti aggregati. Le PMI italiane non hanno potere contrattuale sui mercati all’ingrosso: incentivare gruppi di acquisto, consorzi energetici e contratti a lungo termine (PPA) può offrire prezzi più prevedibili. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy promuove strumenti di aggregazione della domanda proprio per ridurre questo squilibrio e sostenere le imprese.

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