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veneto
27.03.2026 - 17:29
VENEZIA - Il settore delle escort italiane potrebbe portare nelle casse dello Stato fino a 800 milioni di euro l’anno, eppure gran parte di questo potenziale economico resta ancora inespresso. A un anno dall’introduzione del codice ATECO 96.99.92, pensato per includere le attività di escort e i servizi di accompagnamento nella classificazione economica ufficiale, il bilancio economico è chiaro: la regolarizzazione fiscale è teoricamente possibile, ma nella pratica manca ancora qualsiasi tutela concreta per le lavoratrici.
Il quadro emerge dai dati dello sportello “L’Esperto Risponde”, servizio di consulenza attivato da Escort Advisor nell’ottobre 2024 e rivolto alle sex worker iscritte alla piattaforma. In 16 mesi sono state erogate circa 250 consulenze gratuite da un team composto da avvocati, commercialisti, esperti di immigrazione e psicologi. La fotografia che ne deriva è netta: le lavoratrici vogliono regolarizzarsi, ma si scontrano con un vuoto informativo e istituzionale, tra uffici pubblici impreparati e giudizi morali radicati.
Il 60% delle richieste riguarda aspetti fiscali, il 20,7% questioni penali, il 10% problemi legati all’immigrazione, l’8,5% richieste civilistiche e solo lo 0,7% supporto psicologico, introdotto di recente. “Il fatto che la maggioranza delle richieste riguardi il fisco dimostra un interesse concreto verso l’emersione e la regolarizzazione, ma anche un forte bisogno di orientamento in un ambito percepito come complesso e incerto”, commenta Cesare Beolchi, commercialista dello sportello.
Il caso di Luana Absoluta, escort di Brescia, racconta le difficoltà quotidiane. Madre di tre figli, musicista e imprenditrice, Luana ha deciso di aprire la partita IVA con il nuovo codice ATECO. “Sono andata di persona all’Agenzia delle Entrate di Brescia – racconta – e nessuno sapeva come procedere. È stato assurdo, ma sono riuscita grazie alla consulenza dello sportello di Escort Advisor”.
La tensione tra obblighi fiscali e assenza di diritti emerge con forza anche dalle parole di Ilia Comi, avvocato penalista e coordinatrice del progetto. “Si pretende l’adempimento fiscale senza offrire un quadro di diritti. Molte donne non si sentono tutelate: denunciare violenze o stalking resta difficile, come se fare la sex worker normalizzasse una certa quantità di violenza. Gravissimo”.
Non meno rilevante è la questione dell’immigrazione. Molte lavoratrici straniere temono che dichiarare la propria attività possa compromettere il permesso di soggiorno o la situazione familiare. “C’è un forte timore di esporsi – spiega Emanuele De Mitri, avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione – e questo frena qualsiasi percorso di emersione”.
Lo stigma sociale continua a incidere anche sulla sfera psicologica: la percentuale residuale di richieste di supporto psicologico non deve sorprendere, considerando l’isolamento e la pressione sociale che molte escort vivono quotidianamente.
Diana Rizzo, escort sposata e madre di tre figli, esprime il sentimento comune: “Paghiamo le tasse, ma non abbiamo tutele. Molte rinunciano a mettersi in regola perché non esiste un riconoscimento reale del nostro lavoro. Serve più sicurezza, più informazione. Altrimenti si chiede responsabilità senza garantire protezione”.
Sulla carta, il codice ATECO offre vantaggi concreti: minori rischi fiscali, accesso al credito, contributi pensionistici, tutele sociali specifiche per il settore e professionalizzazione del lavoro. Nella pratica, però, restano zone grigie e scarsa assistenza.
A un anno dall’introduzione del codice, il bilancio è chiaro: il potenziale economico del settore esiste e potrebbe essere considerevole, ma senza un corrispondente avanzamento sul piano dei diritti, la vita delle sex worker resta segnata da vulnerabilità, pregiudizi e assenza di tutele concrete.
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