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TRIBUNALE
02.04.2026 - 16:33
Nella cucina della nonna aveva messo in piedi un vero e proprio laboratorio per la produzione del crack
CHIOGGIA - Ha trasformato la cucina della nonna in un piccolo laboratorio per prepararsi il crack. Da lì, in un crescendo di dipendenza e bisogno di denaro, la vita del trentenne chioggiotto è precipitata in una spirale di violenze domestiche, pressioni continue, richieste di soldi a ogni ora del giorno.
Un comportamento che, secondo il pubblico ministero Marco Magini, ha ridotto i genitori “a uno stato di prostrazione assoluta, costretti a un’esistenza dolorosa e umiliante”. Per questo, nelle scorse settimane, era scattato l’allontanamento urgente dalla casa di famiglia e il divieto di avvicinamento. Ma l’uomo, ignorando l’ordine, è ricomparso qualche notte fa: la madre si è svegliata di soprassalto sentendo qualcuno armeggiare al portone. I carabinieri lo hanno fermato una ventina di metri più in là, mentre tentava di allontanarsi dopo aver violato per l’ennesima volta le prescrizioni.
La giudice Cattarossi, alla luce dei fatti, ha accolto la richiesta del pm Riccardo Palma: il trentenne resterà in carcere in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. La prima udienza è fissata per il 14 aprile. Nel fascicolo principale la procura ricostruisce mesi di maltrattamenti: mobili distrutti, telefoni di famiglia ridotti in pezzi, aggressioni ripetute al padre (spinto a terra per strappargli il portafoglio, svegliato nel cuore della notte e colpito a calci).
La madre, in un’altra occasione, è stata fatta cadere dalle scale. Durante una crisi di astinenza, il giovane ha sfondato una finestra con un calcio. A febbraio ha nuovamente preso a calci il padre perché si rifiutava di consegnargli denaro. A spingerlo, secondo gli inquirenti, non solo la tossicodipendenza ma anche una grave dipendenza dal gioco. A marzo ha colpito la madre alla testa con la cornetta del citofono per dieci euro non ottenuti, costringendo i genitori a barricarsi in camera.
È arrivato persino a irrompere nello studio dell’avvocato che li assiste. L’allontanamento disposto allora non è mai stato rispettato. Ora il tribunale ha scelto la misura più severa: la custodia cautelare in carcere.
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