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28.02.2026 - 17:00
VENEZIA – Può sembrare un controsenso, eppure i numeri parlano chiaro: il Veneto, come il resto d’Italia, registra un parco auto in continua crescita e tra i più anziani d’Europa, ma le officine e gli autoriparatori indipendenti diminuiscono costantemente, lasciando scoperto un settore cruciale per la manutenzione dei veicoli.
Secondo i dati dell’Ufficio studi della CGIA, l’Italia detiene la più alta densità di automobili in Europa: 701 vetture ogni mille abitanti, cioè sette auto ogni dieci persone. Il Veneto segue la media nazionale, ma con differenze tra province: a Rovigo circolano 721 auto ogni mille abitanti, a Belluno 709, a Treviso 708 e a Vicenza 706, mentre Verona, Padova e Venezia restano leggermente sotto la media, rispettivamente con 698, 679 e 591 vetture. Nel decennio 2014-2024, il numero complessivo di autovetture in regione è salito da 2.983.814 a 3.302.750, con un incremento di circa 319mila unità (+10,7%), toccando punte del +12,4% a Verona e del +11,9% a Treviso.
Non solo: le vetture venete sono tra le più vecchie d’Europa. Il 18,5% delle auto ha più di vent’anni, con valori record a Rovigo (21,2%) e Vicenza (19,6%). In Italia, quasi una su quattro supera i vent’anni, superata solo dalla Spagna; Francia e Germania registrano percentuali inferiori, rispettivamente del 12,5% e del 10%.
Con tanti veicoli datati, ci si aspetterebbe un aumento delle attività di riparazione, invece accade il contrario. Nel 2024, le autoriparazioni in Veneto erano 5.630, in calo rispetto alle 6.281 del 2014, con una perdita di 651 officine (-10,4%). Le province più colpite sono Belluno (-15,4%), Venezia (-13,9%), Rovigo (-11,6%) e Treviso (-10,3%).
La crisi delle autofficine artigiane non è episodica, ma strutturale. I costi di gestione sono aumentati sensibilmente: affitti, bollette energetiche, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, adempimenti normativi e sicurezza sul lavoro gravano sulle piccole imprese. Molte officine a conduzione familiare faticano a sostenere queste spese, mentre i clienti cercano prezzi bassi e spesso acquistano online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i margini.
A complicare il quadro c’è la tecnologia dei veicoli moderni: elettronica avanzata, centraline, sensori ADAS, software di diagnosi e la diffusione di auto ibride ed elettriche richiedono strumenti costosi e aggiornamenti continui. Per molti titolari investire decine di migliaia di euro in attrezzature e corsi non è sostenibile, inducendo la chiusura dell’attività.
Il fattore generazionale è altrettanto critico. I giovani mostrano scarso interesse verso i mestieri manuali e artigianali, preferendo percorsi universitari o lavori percepiti meno faticosi. Senza un ricambio, molte officine chiudono con il pensionamento del titolare, non essendoci eredi pronti a rilevarle.
A tutto ciò si aggiunge la concorrenza delle grandi reti e concessionarie, che possono offrire pacchetti di manutenzione, garanzie e promozioni grazie a economie di scala. Il piccolo autoriparatore indipendente fatica a competere, soprattutto con auto ancora in garanzia, e deve affrontare il fatto che le vetture moderne richiedono meno manutenzione ordinaria. Tagliandi più dilatati e componenti più durevoli significano meno lavori e quindi meno entrate.
La riduzione degli autoriparatori è quindi il risultato dell’incrocio tra costi elevati, tecnologia complessa, mancanza di ricambio generazionale e cambiamenti nel mercato. La CGIA sottolinea come per invertire questa tendenza siano necessari incentivi alla formazione tecnica, sostegni agli investimenti e una maggiore valorizzazione del mestiere artigiano, affinché il settore non scompaia di fronte alla crescente domanda di manutenzione e sicurezza dei veicoli.
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