Cerca

veneto

Bullismo e cyberbullismo, è allarme tra i giovani

Quasi 7 adolescenti su 10 coinvolti in episodi di aggressione o offesa: il fenomeno resta diffuso in modo capillare in tutta Italia

Bullismo e cyberbullismo, è allarme tra i giovani

VENEZIA - Il bullismo e il cyberbullismo tra adolescenti italiani continuano a rappresentare una delle emergenze educative e sociali più rilevanti del Paese, in un contesto in cui la crescita dell’uso delle tecnologie digitali non è sempre accompagnata da un’adeguata consapevolezza etica. È su questo squilibrio che interviene con forza il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni scolastiche e delle famiglie su una deriva culturale sempre più evidente.

I dati più recenti confermano la diffusione capillare del fenomeno. Secondo l’ISTAT, nel 2023 il 68,5% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di aver subito almeno un comportamento offensivo o aggressivo, mentre il 34% ha vissuto episodi di cyberbullismo e circa il 21,5% ne è vittima in modo ripetuto. Numeri che delineano un quadro esteso e strutturale, che non riguarda più episodi isolati ma una condizione diffusa nella quotidianità giovanile.

L’analisi territoriale evidenzia inoltre differenze significative lungo la penisola. In Lombardia si registra un coinvolgimento tra il 36% e il 40% degli studenti, con circa il 23% che segnala situazioni reiterate, mentre valori simili emergono in Piemonte (34-37%) ed Emilia-Romagna (33-36%). Nel Nord-Est, Veneto e Friuli-Venezia Giulia presentano una quota di episodi ripetuti superiore al 22%, segnale di una maggiore strutturazione del fenomeno.

Nel Centro Italia il Lazio mostra un coinvolgimento tra il 33% e il 35%, con una forte incidenza nelle aree urbane, mentre Toscana (32-34%), Marche (30-32%) e Umbria (circa 30%) confermano una diffusione ormai consolidata. Nel Mezzogiorno, Campania e Sicilia si attestano tra il 28% e il 32%, Puglia e Calabria tra il 27% e il 30%, mentre in Sardegna il dato medio è intorno al 31%. In controtendenza risultano Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, dove oltre il 90% dei giovani dichiara di non aver mai subito episodi, segnalando una minore incidenza complessiva.

In questo scenario si inserisce l’introduzione della legge n. 132/2025, che con l’inserimento dell’articolo 612-quater nel Codice Penale segna un passaggio rilevante sul piano giuridico e culturale. La norma prevede la reclusione da uno a cinque anni per la diffusione illecita di contenuti generati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, intervenendo su un ambito fino a pochi anni fa privo di una disciplina specifica.

L’articolo 612-quater introduce un principio di particolare rilievo: la tutela dell’identità personale e della reputazione si estende anche ai contenuti digitali manipolati, riconoscendo che la violenza può assumere forme nuove, non solo attraverso azioni dirette o parole, ma anche mediante rappresentazioni artificiali della realtà. In questo modo la norma segna un cambiamento di paradigma, riconoscendo il danno derivante dalla costruzione e diffusione di una “realtà alterata” capace di incidere sulla percezione sociale di una persona.

Allo stesso tempo, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani evidenzia alcuni limiti strutturali della disposizione. L’intervento penale si colloca infatti a valle del comportamento illecito, quando il danno è già stato prodotto e spesso amplificato dalla circolazione incontrollata dei contenuti in rete. La natura replicabile e difficilmente eliminabile dei materiali digitali rende complessa una reale riparazione del danno subito, poiché la sanzione non è in grado di ricostruire l’integrità dell’identità lesa.

La norma pone inoltre una sfida interpretativa ed educativa rilevante, legata alla distinzione tra uso legittimo e uso illecito dell’intelligenza artificiale. Non ogni contenuto manipolato è illecito in sé: ciò che rileva è l’assenza di consenso e la capacità di arrecare un danno ingiusto. Una distinzione che richiede competenze giuridiche e digitali non sempre diffuse, soprattutto tra i più giovani.

Per queste ragioni il CNDDU sottolinea come la legge n. 132/2025 debba essere interpretata non soltanto come uno strumento repressivo, ma come un segnale della necessità di accompagnare l’innovazione tecnologica con una crescita della consapevolezza etica. La norma traccia un confine, ma spetta alla comunità educante renderlo comprensibile e interiorizzato.

L’efficacia dell’articolo 612-quater, secondo il Coordinamento, dipenderà dunque dalla capacità del sistema educativo di tradurre il principio giuridico in pratica quotidiana, promuovendo una cultura del rispetto digitale, della responsabilità e della tutela della persona. Senza questo passaggio, il rischio è che la disposizione resti un presidio formale, incapace di incidere sulle cause profonde del fenomeno.

I dati territoriali confermano infatti che bullismo e cyberbullismo sono strettamente legati alla qualità delle relazioni educative e al livello di consapevolezza digitale: dove questi elementi risultano più fragili il fenomeno cresce e si radica, mentre dove sono più solidi si osservano effetti di contenimento.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita quindi tutte le componenti della comunità educante a non ignorare il problema, ma a costruire una risposta consapevole e condivisa, orientata alla tutela dei diritti fondamentali. Una responsabilità che, come sottolinea il presidente CNDDU Romano Pesavento, richiede di partire dai dati e dalla realtà dei territori per affrontare con concretezza una delle sfide educative più urgenti del presente.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400