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INTERVISTE
17.04.2026 - 11:38
CHIOGGIA - Abbiamo incontrato il rapper chioggiotto Mattia Sambo, classe 1984, attivo nel rap dal 1999. In questa intervista parliamo del suo nuovo EP “Ciò che mi fa bene”, in uscita il 24 aprile.
Sambo in queste tracce si è dedicato in particolar modo all’esplorazione della società e di sé stesso, restituendone un ritratto in musica. Il suo è un rap che si può ricondurre al conscious hip-hop, le cui fondamenta affondano nel brano The Message di Grandmaster Flash, uno dei padri dell’hip-hop, e proseguono con artisti come KRS-One, Paris e oggi Kendrick Lamar. In Italia, esempi sono Colle der Fomento e Murubutu.
Riportiamo qui l'intervista.
Nel primo pezzo, “Roba che picchia”, si danno le coordinate: Chioggia - Milano. Con quale spirito vive queste due realtà così diverse del Nord Italia?
Mattia Sambo: “Sono due realtà molto diverse: a Milano si corre, a Chioggia si va piano. Io per il momento me ne sto a Chioggia perché qua si sta bene, sicuramente meglio che a Milano. Nella città meneghina però c’è movimento nella musica, non solo nel rap ma anche negli altri generi. In questo contesto mi muovo anche io, insieme a Pablo, che è il DJ-producer dell’EP insieme a Gj. Con loro ho formato la Downtown, la nostra “crew” di Milano, Bovisa, Zona 9.”
Nella seconda traccia lei denuncia “Il sistema”, basato sul motto “mors tua, vita mea”, al cui interno però c’è ancora “chi sogna e combatte”. Questo “sistema” è anche parte della musica e del rap stesso?
M. S.: “Sì, è così, un sistema in cui devi fare il personaggio per arrivare a un certo livello. Non conta più la musica, la bravura, ma fare il personaggio. Così come nel sistema in cui viviamo tutti i giorni, un sistema che divide e che mette le persone l’una contro l'altra. “Divide et impera” dico nel pezzo, così poche persone dominano i molti con più facilità.”
“Io e lei” è una canzone d'amore molto spigolosa, dura, seppur di unione profonda. Sembra parli di due lembi di una ferita che si riuniscono. In un mondo individualista, c’è ancora spazio per l'amore sincero?
M. S.: “Sì, c’è ancora spazio e se non c’è bisogna trovarlo perché l'amore conta, anzi conta solo quello. In un mondo dove si corre, dove non si ha tempo per niente, dove tutto è vissuto sui cosiddetti social che di sociale non hanno proprio niente, bisogna amare. Con il rap si può e si deve parlare di amore e di unione.”
In “Ciò che mi fa bene”, lei parla di consapevolezza di sé stessi da raggiungere “col sudore nella fronte”. Diventare forti ma restare umani, con la coscienza di essere limitati. È così?
M. S.: “Sì, bisogna faticare, soprattutto se sei nell’underground, perché non interpreti qualcun altro, interpreti te stesso. Fare il rap non è interpretare un personaggio che non si è e poi sperare che qualcuno ti trovi e ti faccia fare successo. Bisogna essere se stessi e sudarsela, nella musica come nella vita reale.”
Arriviamo così alla quinta ed ultima traccia: “Lo sporco gioco”, in una Babilonia ricca solo in apparenza, che esibisce status symbol mentre mancano i beni essenziali. È questa la società del benessere?
M. S.: “No, la società è questa ma non dovrebbe essere così. Si punta solo all’iPhone nuovo, al vestito di marca e poi manca il cibo a casa. Da chi dobbiamo farci vedere e perché? Dovremmo prima pensare a noi stessi, a riempire il frigo del necessario ma anche e soprattutto nutrire la nostra spiritualità. Prima il necessario, poi, se rimane spazio, il superfluo. Non il contrario.”
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