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Venezia

La Fenice chiude con Beatrice Venezi

Dopo mesi di attriti e proteste e le recenti accuse di "nepotismo" della direttrice, la Fondazione veneziana annulla ogni collaborazione

La Fenice chiude con Beatrice Venezi: il divorzio che scuote la musica italiana

Dopo mesi di attriti e proteste, la Fondazione veneziana annulla ogni collaborazione futura con la direttrice d’orchestra: al centro, un’intervista in cui si parla di “nepotismo” e una risposta secca del sovrintendente Colabianchi che difende l’orchestra

La scena è questa: alla fine di un “Lohengrin” infuocato, in platea scatta un brusio che non è semplice entusiasmo. È il suono di una comunità che prende posizione. Poche ore dopo, la notizia: la Fondazione Teatro La Fenice “per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi” annulla “tutte le collaborazioni future” con Beatrice Venezi. Una chiusura netta, comunicata la sera del 26 aprile 2026, che arriva dopo l’intervista della direttrice al quotidiano argentino “La Nación” e il contraccolpo, durissimo, dell’orchestra e delle maestranze. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli fa sapere di “prendere atto” della decisione e ribadisce la sua “piena fiducia” al sovrintendente. È l’atto finale di una contesa che, in sette mesi di cortei, scioperi, volantini e comunicati, ha trasformato un incarico artistico in un caso nazionale.

Nella formula asciutta del comunicato c’è molto più di quanto appare. La Fondazione motiva la decisione “anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua Orchestra”, parole giudicate “incompatibili con i principi” del teatro. Il riferimento è all’intervista pubblicata il 23 aprile 2026 da “La Nación”, nella quale Venezi afferma che nella compagine veneziana i “posti si passano praticamente di padre in figlio” e ribadisce: “Io non ho padrini”. La RSU del teatro replica parlando di dichiarazioni “false, gravi e offensive”, ricordando che i professori d’orchestra vengono selezionati con concorsi pubblici e procedure trasparenti. Da lì, la frattura diventa insanabile.

A stretto giro, interviene lo stesso Colabianchi: “Naturalmente non condivido le affermazioni del maestro Venezi, in quanto conosco l’orchestra e ne apprezzo le qualità”. È una presa di distanza chiara, dopo mesi in cui il sovrintendente aveva difeso la nomina tra contestazioni serrate. Il segnale, per chi frequenta la vita delle fondazioni liriche, è inequivoco: quando si incrina la fiducia tra podio e buca, si rompe il patto di lavoro quotidiano. Qui, quel patto non c’è più.

    Nel colloquio con il quotidiano argentino, Venezi sostiene che l’orchestra veneziana sarebbe poco incline al rinnovamento e dominata da dinamiche “familiari” nella trasmissione dei posti. “Non provengo da una famiglia di musicisti… i posti si passano praticamente di padre in figlio”, il passaggio che ha incendiato gli animi. Per chi vive di graduatorie, bandi e commissioni, l’accusa è un colpo all’onore professionale. Di qui la replica: la RSU ribadisce che in Italia l’accesso ai ruoli orchestrali avviene tramite selezioni pubbliche, spesso con giurie miste e audizioni in più fasi, e che ogni insinuazione diversa mina il rispetto dovuto a chi ha vinto quei concorsi. La discussione, insomma, non è astratta: tocca il cuore del rapporto fiduciario fra direttore e orchestra.

    In parallelo, l’eco internazionale è immediata. Agenzie e testate estere riprendono la notizia: la rottura alla Fenice arriva “dopo le critiche di nepotismo” mosse dalla direttrice; i resoconti spiegano che Venezi avrebbe assunto il ruolo in ottobre 2026, ma la crisi anticipa tutto, travolgendo l’agenda e aprendo un vuoto artistico da colmare.

    Il punto che Colabianchi mette per iscritto — e che va registrato con precisione — è duplice. Da un lato, il sovrintendente non condivide le affermazioni della direttrice e difende l’orchestra, di cui rivendica qualità e disponibilità. Dall’altro, decide l’annullamento delle collaborazioni, assumendosene la responsabilità istituzionale. È una sterzata netta rispetto ai mesi precedenti, quando aveva fronteggiato plateali contestazioni in sala e in strada, in difesa della propria scelta. La cronaca delle ultime settimane mostra come lo scontro sia arrivato in platea, con richieste di “dimissioni” rivolte allo stesso sovrintendente durante una serata di teatro: segno di un rapporto con parte del pubblico logorato oltre il punto di guardia.

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