Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la struttura aveva lo scopo di “riciclare i proventi derivanti da molteplici attività illecite, tra cui evasione fiscale, usura e abusiva attività bancaria e finanziaria”. Gli indagati complessivi sono 21 e si procede per associazione a delinquere, riciclaggio e autoriciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita, usura, attività bancaria abusiva, ricettazione, fatture false e altri reati, con l’aggravante del carattere transnazionale delle attività svolte tra Italia, altri Paesi europei e Cina.
Le misure cautelari hanno disposto sette arresti in carcere, cinque arresti domiciliari e cinque obblighi di dimora nei comuni di residenza. Contestualmente sono scattati sequestri per un valore complessivo superiore ai 40 milioni di euro, tra denaro contante, disponibilità finanziarie, criptovalute, immobili, automobili, orologi e gioielli. Le perquisizioni, in totale 35, hanno interessato abitazioni e aziende tra Padova, Venezia, Treviso, Brescia, Milano e Prato.
Le indagini sono partite dal Centro Ingrosso Cina, nella zona industriale di Padova est in corso Stati Uniti, dove gli investigatori avevano rilevato anomalie finanziarie e operazioni sospette legate a frodi fiscali e riciclaggio. Da lì gli accertamenti hanno ricostruito anche i movimenti di denaro contante in entrata e uscita dallo stabile, trasportato in buste della spesa, scatole di scarpe e valigie.
La “banca” clandestina era dotata di sistemi di videosorveglianza, casseforti e macchine contasoldi. L’accesso avveniva previa identificazione tramite telecamere esterne. Ogni giorno vi affluivano somme in contanti ritenute provento di attività illecite, poi reinvestite in prestiti a tassi usurari che arrivavano fino al 120% annuo, conversioni in criptovalute e pagamenti in nero. A gestire la struttura erano tre soci, tutti destinatari di provvedimenti restrittivi in carcere, coadiuvati da collaboratori stipendiati, tra cui tre cassieri posti ai domiciliari incaricati di registrare tutte le operazioni di entrata e uscita.
Secondo gli investigatori, l’attività era operativa almeno dall’aprile 2025 e riconducibile al fenomeno dell’“underground banking”, sistemi finanziari informali e paralleli al circuito ufficiale, basati su reti fiduciarie e operanti su scala transnazionale. Collegati alla banca vi erano diversi centri di raccolta del contante: uno a Padova, nell’abitazione di un socio dove riceveva clienti tra cui un imprenditore italiano domiciliato a Dubai, posto ai domiciliari per aver riciclato circa 600mila euro tra ottobre 2025 e aprile 2026; uno a Saonara; e uno ancora al Centro Ingrosso Cina.
Accanto alla struttura principale è stata inoltre individuata una bisca clandestina con tavoli automatici collegati a monitor, utilizzata per il gioco d’azzardo e per consentire ai giocatori di utilizzare denaro ottenuto in prestito dai cassieri.
L’organizzazione, secondo quanto ricostruito, si avvaleva anche di società cartiere create per l’emissione di fatture false, finalizzate ad abbattere la base imponibile, generare crediti d’imposta indebiti e giustificare flussi finanziari illeciti. Sono state accertate operazioni inesistenti per decine di milioni di euro, utilizzate anche da imprenditori italiani per ottenere la restituzione in contanti di somme derivanti da fatturazioni fittizie.
Tra i soggetti coinvolti figurano due donne in carcere con il ruolo di raccolta e distribuzione del denaro, un soggetto ai domiciliari incaricato della gestione operativa delle società e una rete di prestanome per l’intestazione fittizia di imprese. Sono inoltre indicati un “commercialista” specializzato nella creazione di società di comodo e un altro soggetto incaricato dell’apertura di conti correnti per trasferimenti di capitali all’estero, entrambi in carcere.
Gli investigatori hanno accertato che il gruppo avrebbe trasferito in pochi mesi diversi milioni di euro verso la Cina, anche attraverso triangolazioni in altri Paesi europei. Per la ricostruzione dei flussi è stato attivato un sistema di cooperazione internazionale che ha coinvolto autorità estere e organismi di cooperazione, oltre a circa 200 militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Venezia e del Gruppo di Padova, con il supporto dello S.C.I.C.O., del Nucleo speciale frodi tecnologiche, di altri reparti specializzati in acquisizioni digitali e delle unità cinofile.